It’s the showbiz, baby. Tre tappe nel Circo della MotoGP

Barcellona, domenica 17 maggio 2026, ore 16.30.

Sono settimane di chilometri percorsi sulle autostrade d’Europa a seguito del Circo. Non quello equestre, con i pagliacci e la donna cannone: la MotoGP, s’intende. Che ci faccia io qui ancora non lo so, ma l’occasione fa l’uomo ladro ed eccomi a esplorare un mondo dal quale sono sempre scappato a gambe levate. Io che, quando c’era il Motomondiale alla tv e gli amici si aggrappavano al divano abbracciandosi per la suspense, uscivo in giardino ad ammirare la primavera. Ché la suspense per me è Rosemary’s Baby, mica un sorpasso all’esterno. Ché la moto è libertà e non gara eccetera eccetera.

Dopo tre tappe di MotoGP, nelle quali nemmeno i paddock e i box hanno più segreti (sono un uomo fortunato), eccomi a raccontarvi di quanto il Circo Umano legato allo sport motoristico sia un osservatorio privilegiato.

Le persone

Se la moto è solo il mezzo, questo vale ancora di più nel Motomondiale. Le persone sono strepitose: gli addetti ai lavori, il pubblico, i pompieri e le ombrelline. Le mamme e le fidanzate. Che meraviglia!

Sul prossimo numero di Rust and Glory – An Alternative Motorcycling Magazine (ormai è quasi certo che ci sarà) pubblicheremo una carrellata di facce, capelli, cappellini, jeans a vita alta, gonnelline mal portate, canottiere improbabili. Facce meravigliate, sane, ubriache. Sorrisi viranti al grigio e occhi azzurri come solo l’azzurro degli occhi sa essere.

Le palle

Nessuno ha più palle dei piloti. Forse le corse in moto non cambiano i destini del mondo, ma per molti sono uno spettacolo irrinunciabile. E questi ragazzi se la giocano tutta: dai venti ai trentacinque anni e oltre, appendono la propria vita a un filo per sgomitare, scivolare, ammazzarsi di rumore e di dolore.

Per la soddisfazione di una pletora di divanisti sprofondati tra popcorn e biscottini – e per un’eccessiva dipendenza da scariche miste di adrenalina e dopamina – i ragazzotti in questione ci danno dentro a più non posso. Non so nemmeno quanto valga lo spirito di competizione perché alla fine, limitando il tutto alla categoria regina, sono ventidue che se la giocano per quaranta minuti o poco più. E per quei quaranta minuti si muovono migliaia di meccanici, dirigenti, cuochi, factotum e centinaia di bilici.

Lo show business

It’s the showbiz, baby. Personal brand a più non posso. Ognuno di questi ragazzi è un marchio, e i marchi esistono per fare soldi.

Capiamoci: non sono qui a condannare un modo più che legittimo di creare benessere per sé e per gli altri, ma a esaltare la bravura di persone che, in un mondo meno ingordo, avrebbero il tempo di riposarsi dopo la gara e di scomparire dai riflettori in ogni altro momento. E invece eccoli sulla “hero walk” (una passerella per i piloti manco fossimo alla Milano Fashion Week), o a fare un giro di pista tutti insieme su una sorta di double-decker scoperto salutando tra applausi e palloncini. Amici e quasi fratelli, con tutta probabilità. Eppure spietati quando scendono in pista.

Perfino nei box, il loro ambiente più privato, sono costantemente circondati da personaggi più o meno titolati (o molto meno, come il sottoscritto) che scattano foto a più non posso. Braccia alzate per riprenderli mentre si infilano il casco, si soffiano il naso, parlano con il coach, dicono le preghiere. Eppure, è tutto concesso. It’s the showbiz, baby, e sarà sempre più così.

E loro saranno sempre i più forti, i più bravi. Punti di riferimento per un sacco di gente. Per coloro, soprattutto, la cui ammirazione va oltre il fanatismo e che sanno apprezzare la disciplina e la tensione all’eccellenza.


Ora tocca a te

Se sei uno di quelli che la MotoGP la masticano e la guardano, scendi dal divano e scrivimelo qui sotto. Ma non mi interessano i tempi sul giro o le polemiche sulle gomme: voglio una motivazione viscerale. Spiegami perché non puoi farne a meno. Convincimi che ne vale la pena, ci tengo.

Pier Francesco Verlato


P.S. Mi sono allontanato dal circuito appena iniziata la gara e ho scritto questo breve sproloquio all’aeroporto, subito dopo aver letto un post su Instagram intitolato “Inferno alla MotoGP” e aver appreso dell’incidente di Pedro Acosta e Álex Márquez, e di quello in cui è rimasto coinvolto Johann Zarco. Non ne ho mai dubitato, ma ci tengo a ribadirlo: andare a passeggio o percorrere le strade del mondo su una moto classica o custom ha la stessa dignità del motorsport. Ed è un’attività certamente più nobile del correre il Gran Premio sulle strade aperte al pubblico.

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