Per raccontarlo, bisogna farne parte

Danny Lyon, The Bikeriders e la differenza tra fotografare qualcuno e meritarsi la sua storia.

Prologo.

(È difficile immaginare un inizio meno spettacolare per un reportage fondamentale nella storia della fotografia americana e in quella dei Motorcycle Club 1%).

Entra un ragazzo, ha poco più di vent’anni e porta con sé una macchina fotografica. Danny Lyon è già un motociclista: guida una Triumph TR6 650, frequenta gare e ritrovi e il suo meccanico, membro degli Outlaws, lo presenta al club. Dopo i primi incontri, nel 1965 gli viene chiesto di entrare a farne parte. Danny accetta, continuando a guidare la sua Triumph in mezzo a un mare di Harley-Davidson.

Al centro della scena.

Più della moto, ciò che mi colpisce di Danny Lyon è il fatto che la curiosità autentica vinca sul “progetto editoriale” e che il desiderio di far parte della storia che si vuole raccontare prevalga sull’ossessione di dover dare a tutto un nome, ancora prima di capire di che cosa si tratti.

Ne nascerà un libro, The Bikeriders, nel 1968 e molti anni dopo, nel 2023, un film con lo stesso titolo.

Danny Lyon ha raccontato più volte che il suo lavoro si è sviluppato in modo organico: una persona conduceva a un’altra e ogni incontro apriva una porta che lui stesso non immaginava potesse esistere. È un modo di lavorare che oggi appare romantico ma che nasce da qualcosa di molto concreto: trascorrere con le persone abbastanza tempo da far loro dimenticare la presenza del fotografo.

Guardando le immagini degli Outlaws si rimane inevitabilmente colpiti dall’estetica: le Harley-Davidson (era l’epoca delle Duo-Glide e delle FL, le più belle di sempre, n.d.r.), le strade infinite, il vento tra i capelli, i motel, i distributori di benzina, i garage, gli appartamenti di periferia. Ma, osservandole con attenzione, ci si accorge che la motocicletta è quasi sempre un dettaglio, “un luogo” nel quale le persone si incontrano. Il vero soggetto sono le relazioni: gli amici, le mogli, i figli, le bisbocce e le attese, i silenzi e gli sguardi.

Forse è anche per questo che le immagini di Danny Lyon, nel ritrarre una storia di sessanta o settant’anni fa, tracciano le linee di un quadro futurista che ancora ci attrae, e che ammiriamo agli eventi più significativi della motorcycle culture.

La rivoluzione culturale.

Ma c’è dell’altro per chi, oltre che con le immagini, nutre il suo immaginario con le parole scritte. È qui che viene spontaneo accostare il lavoro di Lyon a quello di alcuni autori che, proprio negli stessi anni, stavano cambiando il modo di fare giornalismo. I nomi sono quelli di Tom Wolfe, Gay Talese, Joan Didion, Hunter S. Thompson, e la nostra indimenticata Oriana Fallaci. Personalità diversissime tra loro, eppure accomunate da un’intuizione semplice e rivoluzionaria: una storia non si racconta restando sulla soglia ma bisogna attraversarla. Bisogna accettare che il racconto nasca e si sviluppi grazie al tempo trascorso con le persone e, prima di divulgarlo, bisogna meritarsi il diritto di farlo.

È proprio durante il periodo trascorso con gli Outlaws che Lyon incontra Bill Sanders, un tatuatore texano eccentrico, ironico, grande bevitore e osservatore lucidissimo dell’America del suo tempo. Da quell’incontro nascerà Social Sciences 127, un film girato nel 1968 che ancora oggi conserva una sorprendente freschezza. Sanders tatua motociclisti, giovani coppie, clienti occasionali. Beve, scherza, riflette sul Paese che cambia intorno a lui. A un certo punto tatuerà anche Danny Lyon.

Hunter S. Thompson, che conosce bene il mondo dei club motociclistici dopo aver trascorso mesi con gli Hells Angels, scrive a Lyon consigliandogli di uscirne il prima possibile. Lyon, però, rimane abbastanza a lungo da realizzare fotografie che, a differenza del reportage di Thompson, restituiscono una sensazione rarissima: quella di essere state fatte dall’interno.

Ascoltare, tacere e rimanere.

Viviamo in un momento storico in cui produrre parole e immagini è diventato incredibilmente semplice: possiamo fotografare migliaia di volte nello spazio di una giornata, registrare ore di video, produrre testi perfetti limitandoci a un veloce prompt.

Ma il tempo necessario a conoscere e capire una persona non può essere accelerato perché non dipende dal tipo di macchina fotografica che usiamo, dalla pellicola o dal sensore, dal bianco e nero o dal colore. Dipende dalla disponibilità ad ascoltare, a tacere, ad accettare che una conversazione prenda una direzione imprevista, che un’intervista diventi una chiacchierata, che una deviazione lungo la strada si riveli più interessante della meta che avevamo programmato.

Soprattutto, dipende dalla capacità di restare.

Forse è anche questo il motivo per cui, quando prepariamo un articolo per Rust and Glory, ci capita di trascorrere molto tempo con la macchina fotografica spenta. E un caffè, una birra, un giro in moto, un’officina, un pranzo improvvisato raccontano quasi sempre più di qualsiasi elenco di domande preparato il giorno prima.

Le persone iniziano a raccontarsi davvero quando smettono di sentirsi osservate, e Danny Lyon lo aveva capito sessant’anni fa.

Noi, nel nostro piccolo, stiamo cercando di imparare la stessa lezione. Ci direte voi se ci stiamo riuscendo.

Pier Francesco Verlato

 

 

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