Anne-France Dautheville e il viaggio in moto come atto di libertà, ironia e tenerezza.
di Francesca D’Alonzo | foto di Pier Francesco Verlato e Anne-France Dautheville
Udine, 29 aprile 2025
Ci sono incontri che ti attraversano la pelle molto prima che accadano davvero. Anne-France Dautheville, per me, è stata questo: una voce senza tempo che parlava alla mia inquietudine, un’immagine sfocata nel bianco e nero degli anni ’70 che si è fatta via via più nitida, più mia. Quando ho scoperto la sua storia – la prima donna ad aver fatto il giro del mondo in moto, da sola – ho sentito qualcosa muoversi dentro. Era come se una parte di me, quella che ancora non sapeva di voler partire, avesse finalmente trovato il suo esempio. Il suo coraggio mi ha sussurrato: “È possibile”.
Io ero ancora a metà di un’esistenza prevista. Laureata in Giurisprudenza, con la strada già tracciata davanti. Ma la chiamata dell’altrove, del vento addosso e delle strade sterrate, era troppo forte. E in fondo sapevo che anche la mia era una ribellione gentile, come la sua: non contro qualcuno, ma verso qualcosa. Verso l’autenticità, la possibilità di vivere con pienezza, giorno per giorno.
Quando ho incontrato Anne-France, pochi giorni fa, la sua voce mi ha trasmesso la stessa forza dolce dei suoi libri. Mi ha accolta con ironia, lucidità, e una memoria che sembrava fatta di dettagli e silenzi. Abbiamo parlato a lungo: di moto, di solitudine, di libertà, di gatti, e soprattutto di donne. Donne in viaggio, fuori e dentro sé stesse.
Questa intervista è il dono che nasce da quel dialogo. È l’incontro tra una pioniera e una viaggiatrice che ha avuto la fortuna di seguire le sue orme. O, almeno, di trovarle nel fango, e sceglierle.
Grazzano Visconti (PC), 12 aprile 2025
Francesca D’Alonzo: Anne-France, hai scritto che la tua vita è iniziata davvero a 27 anni. Fino a quel momento eri una giovane professionista a Parigi. Che cosa ti ha portata a cambiare direzione in maniera così drastica?
Anne-France Dautheville: I miei genitori erano nati nel 1910 e nel 1912. Erano persone del XIX secolo, segnate da due guerre mondiali. Sono cresciuta con un’educazione severa, rigida, e mi sentivo una figurina di carta dentro un mondo che stava cambiando senza di me. Ho fatto tutto “per bene”: studi, lavoro, un buon posto nella pubblicità, un bell’appartamento a Parigi. Ma mi rendevo conto che ero davvero felice solo durante le vacanze, quando partivo in moto, quando ero ospitata in queste piccole e meravigliose guest house nel mezzo del nulla, quando potevo perdermi. Una sera ho pensato: se continuo così, vivrò davvero solo un dodicesimo della mia vita. E allora ho deciso: me ne vado. Devo provare a esistere davvero.
Francesca: E nel 1972 sei partita da Parigi verso Isfahan con la prima Orion Raid. Proseguendo anche dopo l’arrivo.
Anne-France: Sì, su centocinque partecipanti, in novantadue siamo arrivati a Isfahan (in Iran, n.d.t.). In undici abbiamo deciso di proseguire verso l’Afghanistan, e in cinque fino in Pakistan. Lì, ci siamo dovuti fermare perché al confine con l’India ci sono stati richiesti documenti di cui non eravamo in possesso. A quel punto, abbiamo fatto marcia indietro. All’epoca, un’avventura del genere era qualcosa di impensabile, soprattutto per una donna. Quando sono tornata a Parigi, alcuni insinuarono che non avevo fatto davvero il viaggio guidando la moto. Dicevano che avevo viaggiato in camion, che ero una bugiarda, che cercavo attenzione. Senza sapere nulla di me, delle notti al gelo, della fatica, della sabbia sotto le unghie mentre cercavo di rialzare la Moto Guzzi che, di tanto in tanto, si beffava di me sdraiandosi a terra.
Francesca: E tu come hai reagito?
Anne-France: Mi sono arrabbiata, eccome. Durante un pranzo con un giornalista del settore motociclistico, ho detto: “Se è così, allora farò il giro del mondo, così nessuno potrà più mettere in dubbio quello che ho fatto.” Ma nessuno voleva prestarmi una moto. Alla fine, un meccanico mi ha dato una piccolissima Kawasaki che pensavo fosse una 125 perché così era scritto sul fianchetto. Invece no, era una 100 c.c., un monocilindrico due tempi con cinque marce. Sono partita e non mi sono fermata più.
Francesca: Il tuo viaggio intorno al mondo comincia in Nordamerica. Come organizzasti la partenza?
Anne-France: Oh, quella è una storia incredibile. Un’amica che lavorava per Air Canada mi disse all’ultimo minuto: “Vengo a cena da te con il direttore marketing e il capo della pubblicità. Preparaci qualcosa!”. Avevo pochissimo: carne, patate, una bottiglia di whisky. Ma il mio gatto mi salvò. Durante il pasto, saltò sul tavolo e ci lasciò un regalo: un topo morto! Tutti impietriti. Io presi la macchina fotografica e scattai. Quella prontezza li convinse: capirono che ero una professionista, che avrei documentato tutto. E mi omaggiarono il biglietto aereo e il trasporto della moto fino in Canada. Ho guidato fino in Alaska e da lì sono volata in Giappone. Air France, a quel punto, mi ha offerto un biglietto per Bombay e da lì sono tornata in moto in Francia attraverso India, Pakistan, Afghanistan, Iran, Turchia, i Balcani e le Alpi.
Francesca: In che modo essere una donna sola ha influito sul modo in cui venivi accolta nei Paesi musulmani?
Anne-France: Con rispetto e protezione. In molti luoghi, una donna sola è sacra, è ospite, è onorata. Più volte mi è capitato di mangiare in una baracca lungo la strada e, al momento di pagare, scoprivo che qualcuno lo aveva già fatto per me, in silenzio, come gesto di rispetto. In Afghanistan, per esempio, bastava che mi sedessi per terra con la moto accanto e subito arrivava qualcuno con del tè. Una volta, alcuni ragazzi iraniani mi fermarono tre volte di fila per chiedermi se fossi un uomo o una donna superandomi in auto. Alla fine, risposi: “Ve l’ho già detto, e voi di che cosa vi occupate?”. “Pianificazione familiare”, risposero. E io “Buona fortuna allora!”.
Francesca: E le difficoltà?
Anne-France: Oh, ce ne sono state molte, ma hanno sempre portato a qualcosa di significativo. Ognuna è stata un’esperienza a sé, e ogni sfida si è trasformata in un’occasione di crescita. Una volta avevo rotto il motore e aspettavo che mi riparassero la moto prendendo il sole a bordo piscina. Non ero molto attenta a come espormi al sole, e avevo metà corpo abbronzato e metà ancora pallido. Negli hammam in Turchia (molto migliori del bagno dei piccoli hotel dove mi fermavo per la notte), le donne, vedendomi, pensavano che fossi sporca e cercavano di aiutarmi a “pulirmi”. E io non riuscivo a spiegare che si trattava di abbronzatura! Sono momenti surreali, teneri, in cui capisci quanto i mondi possano essere distanti, ma anche quanto il contatto umano sia possibile.
Francesca: Ti sei mai sentita sola?
Anne-France: Mai. Io sono una solitaria. Amo il silenzio, la strada, il rumore del motore, il vento che cambia odore da un Paese all’altro. Ogni tanto si univano a me altri motociclisti ma stabilivo subito tre regole: niente droghe, niente sesso, ognuno dorme nella propria tenda. Una volta ho viaggiato con un poliziotto scappato da Chicago, un truffatore e un magnaccia. Viaggiavamo insieme ma mantenendo le distanze. L’unica nostalgia era per il mio gatto.
Francesca: Ti sei mai legata emotivamente alla tua moto?
Anne-France: No. La moto è uno strumento, come la pentola per uno chef. Certo, alcune le ho amate più di altre. La BMW 750 con cui ho attraversato l’Australia era meravigliosa. Ma non mi sono mai illusa che fosse qualcosa di più di un mezzo. La Kawasaki gialla, la “mucca gialla”, me la regalarono alla fine del viaggio. L’ho data a qualcuno e mai più rivista. Ma andava bene così.
Francesca: Hai una memoria incredibile. Prendevi appunti durante il viaggio?
Anne-France: Solo il nome del posto dove dormivo. Ma quel nome mi basta: lo leggo e torno lì. Rivivo tutto. Gli odori, le luci, i rumori. La sabbia sotto i piedi, lo scodinzolio di un cane, il sapore del tè amaro. Una volta in Bolivia dormii in una scuola. Gli insegnanti mi ospitarono e mi offrirono la loro stanza. La mattina, per ringraziarli, diedi loro una banconota: l’equivalente di una notte d’hotel. Loro capirono che era un gesto simbolico, non un pagamento. E lui, l’uomo, corse dentro e tornò con un dono: una statuina dipinta a mano.
Francesca: C’è stato un luogo dove hai sentito di voler restare?
Anne-France: No. Ma ogni ritorno in un luogo già visto è come riscoprire una radice. Virginia Woolf diceva che non si torna mai davvero a casa, ed è vero. Io non ero più la stessa, e i luoghi neppure. Ma qualcosa rimane: una traccia, una memoria che rivive, una piccola radice invisibile.
Francesca: Hai mai avuto problemi di sicurezza?
Anne-France: No, la chiave è capire e rispettare le regole del luogo. In Afghanistan, non si doveva viaggiare di notte. Di giorno era tranquillo. Anche oggi, a Parigi, ci sono luoghi in cui non andrei da sola dopo il tramonto. Il rispetto delle regole non è paura: è intelligenza.
Francesca: E dove dormivi?
Anne-France: Dal Québec all’Alaska, spesso all’aperto. Avevo un telo che tendevo tra la moto e un albero e che gli scoiattoli usavano come scivolo! Dall’India alla Francia, il più delle volte in piccoli alberghi. Una volta, verso la fine dell’Orion Raid, mi accampai nel giardino di un hotel, il Niagara Hotel a Herat, in Afghanistan, e un cane venne a dormire con me. L’anno successivo, quando fui di nuovo là, mi riconobbe e mi corse incontro. In Australia e in Sudamerica, ho dormito in scuole, nei giardini, a volte con solo un secchio d’acqua come “doccia”.
Francesca: Ti sei mai fermata per amore?
Anne-France: No. Non volevo storie brevi, né diventare una fantasia esotica. L’amore deve essere verità, non curiosità. E in viaggio, la mia energia era tutta per il mondo. Devo dire che ho sempre preferito la fedeltà di un gatto a quella incerta di un uomo. E poi, davvero, chi avrebbe potuto seguirmi?
Francesca: Oggi è più difficile viaggiare da sole?
Anne-France: Sì, purtroppo. Una mia amica ha viaggiato in India e ha avuto problemi. Oggi tutti hanno uno smartphone e troppa pornografia distorce l’immagine delle donne europee. Un tempo c’era più rispetto.
Francesca: Le fotografie dei tuoi viaggi sono importanti per te?
Anne-France: Essenziali. In certi Paesi fotografare era difficile: credevano che rubassi l’anima. Ma quando erano loro a chiedermi una foto, era un dono. Una volta, quattro uomini in Afghanistan mi dissero semplicemente: “Foto” e si misero in posa. Era un atto di fiducia profondo. Mi stavano affidando una parte di sé.
Francesca: Scrivere per te è rivivere?
Anne-France: Sì, completamente. Quando scrivo, torno lì. Rivedo i volti, sento i rumori, gli odori, le voci. Scrivere è come danzare con i ricordi. E una buona intervista, come questa, è una danza: una domanda giusta apre porte che credevi chiuse da anni.
Francesca: Anne-France, grazie. Le tue parole sono un dono.
Anne-France: Grazie a te. Continuate a viaggiare. A fidarvi. Ogni presenza gentile restituisce amore a un luogo. È in questo modo che la vita fiorisce nel suo splendore più autentico.
Il video integrale dell’intervista di Francesca a Anne France è a questo link.
Il libro di Anne-France Dautheville ‘E ho inseguito il vento’ è disponibile presso La Mala Suerte Ediciones.
Sede dell’intervista: Enduro Republic.
Si ringraziano L’Iconica e Il Moto Club Guastalla.


















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