Cambiare gli strumenti, non lo sguardo: l’arte necessaria di Davide Caforio

Vi raccontiamo uno degli incontri che hanno dato forma al primo numero di Rust and Glory.

Ci sono interviste che iniziano molto prima di accendere il registratore. Succede quando hai già letto, osservato e visto abbastanza da arrivare all’appuntamento con un’idea precisa della persona che stai per incontrare. Le domande sono pronte, il percorso della conversazione sembra tracciato e, senza accorgertene, hai persino anticipato parte delle risposte.

Con Davide, invece, è successo l’opposto. Siamo partiti convinti che avremmo trascorso la giornata a parlare di Moto Guzzi, di progetti special, di saldature, proporzioni e telai. Dopotutto, il customizer viene raccontato così: un artigiano capace di trasformare oggetti industriali in pezzi unici.

Cinque minuti dopo il nostro arrivo, però, era già chiaro che avevamo imboccato la strada sbagliata. La conversazione aveva preso tutta un’altra direzione, muovendosi tra punk hardcore, skateboarding, surf, pittura contemporanea, Raymond Pettibon e Olivier Mosset. Le moto continuavano a comparire ma senza occupare il centro della scena. Erano una presenza costante, quasi inevitabile, eppure sembravano appartenere a qualcosa di più grande, posizionato un gradino sopra il resto.

«Siamo entrati pensando di raccontare un costruttore di moto, ne siamo usciti con la convinzione di aver incontrato qualcuno che, attraverso le moto, si interroga sul modo in cui diamo forma alle cose.»

Solo un paio d’ore più tardi abbiamo capito il perché: continuavamo a considerare le moto il soggetto della storia, mentre per Davide non sono mai state altro che uno dei tanti linguaggi attraverso cui esprimere una ricerca artistica. È una differenza che può sembrare minima ma che cambia completamente il modo di guardare al suo lavoro. Soprattutto oggi, in un’epoca che sente il bisogno ossessivo di catalogare le persone con estrema rapidità: artista, motociclista, surfista, designer. Eppure, esistono persone che attraversano mondi diversi senza appartenere davvero a nessuno di essi, la cui identità non nasce dalla disciplina che praticano ma dalla direzione in cui continuano a muoversi.

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Lo studio di Davide Caforio restituisce questa sensazione prima ancora che inizi la conversazione: le tele convivono con le tavole da surf, i libri con i collage, le motociclette con i pennelli e le lamiere. Non esiste una gerarchia evidente e nulla sembra disposto per raccontare una storia precisa o per costruire un’immagine di sé. Gli oggetti, semplicemente, coesistono. Ed è questo che ci ha colpiti: nel suo spazio di lavoro, le moto non sono mai trattate come reliquie, non vengono celebrate, non diventano feticci. Sono materia, esattamente come una tela, un pezzo di compensato o una tavola consumata dal mare.

A un certo punto, Davide pronuncia una frase – «Non sono un motociclista.» – che suona come una dichiarazione di indipendenza: significa sottrarsi a quell’insieme di aspettative che accompagna ogni comunità, significa poter guardare una Moto Guzzi senza il peso della nostalgia, o intervenire su una Harley-Davidson senza il bisogno di rispettarne la liturgia. Non c’è alcun desiderio di scandalizzare, né quello opposto di compiacere. C’è la libertà di considerare ogni moto per ciò che è: un progetto su cui instaurare una ricerca artistica e un dialogo con il committente.

Ripensandoci oggi, ci accorgiamo che durante quelle ore abbiamo parlato pochissimo di tecnica. Molto più spesso, il discorso tornava sui processi creativi, sull’importanza dell’errore e sulla necessità di lasciare che un oggetto trovi da solo la propria forma, anziché imporgliela dall’inizio. È un atteggiamento che appartiene alla pittura quanto alla costruzione di una moto. E appartiene alla vita stessa.

C’è un motivo se certe storie meritano di essere scritte: il gesto, lo sguardo, la meravigliosa testardaggine con cui quelli come Davide continuano a ricominciare da zero. Ed è proprio questo a distinguere un oggetto ben costruito da un oggetto necessario: il primo funziona, il secondo non avrebbe potuto essere nient’altro.

Pier Francesco Verlato

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